Chi siamo

   
         
  Fabbrica d'Arte 332 nasce da un' idea del prof. Maurizio Calabrò.    
 

Per conoscere meglio questa figura proponiamo una intervista realizzata da Giulia Carmen Fasolo e gentilmente concessaci dal settimanale  barcellonapg.it

   
     

 

 

   
   

 

Intervista a Maurizio Calabrò
di Giulia Carmen Fasolo

 

 

     
   

Ti va di fornirci un profilo personale e artistico di Maurizio Calabrò?
Profilo personale e artistico... parlare della mia personalità è difficile, credo lo sia per tutti. L’artista e la persona sono due cose separate, perlomeno per me. Gli studi e le esperienze che ho fatto mi hanno fatto conoscere tante persone, che hanno certamente influenzato la mia crescita. Queste persone sono coloro che credono in quello che fanno. Credo che l’artista abbia il compito di mostrare la tradizione, di non farla perdere. Ovviamente a suo modo. Può essere compreso o meno, ma deve sforzarsi. Le mie esperienze non sono state solo barcellonesi.

Anche tu credi che Barcellona offra poche opportunità artistiche?
A Barcellona c’è una realtà artistica provinciale. Ho fatto un’intervista al Prof. Gallo, un importante critico italiano. Ed ho capito moltissime cose a tal proposito. Personaggi come lui rappresentano dei punti di riferimento, soprattutto perché credono in quello che fanno, credono che l’artista italiano abbia alle spalle una grande tradizione da portare avanti. Come ti ho già detto, a volte l’artista può essere compreso, altre volte no. Ci possono essere periodi bui, però è giusto che i percorsi si continuino. Io mi trovo adesso a Barcellona, pur essendo stato diverse volte in giro per l’Italia. La realtà barcellonese è provinciale. So che questo termine può apparire brutto. Ma credo che sia importante rendere l’arte provinciale un sostegno al fulcro. Penso ad un atomo, al centro e alle periferie. Penso alle province come particelle attorno al nucleo. Non possiamo essere esclusi, non dobbiamo sentirci esclusi, dobbiamo sostenere il centro, è questa la nostra funzione.


Il centro sono le grandi città?
Non solo! Sono le manifestazioni, l’Arte in generale. E’ l’arte che rende una piccola città una grande città.
Anche questa mostra è Arte... ed ha la possibilità di rendere Barcellona una grande città.
Proprio così l’ho concepita! Vedi, questa mostra può interessare qualsiasi tipo di pubblico, proprio per i diversi stili che raccoglie. In un certo modo, ci siamo voluti adattare alla città. A me hanno insegnato che si può creare anche con piccole cose, si possono creare grandi cose con pochi materiali.


La realtà e la virtualità: questa mostra e la Galleria virtuale di Schizzi d'arte presente nel Portale di Barcellona Pozzo di Gotto...
Bisogna fare un certo discorso qui. Io credo nelle potenze del virtuale. L’arte di per sé è virtuale. Forse dovremmo, a questo punto, fare una distinzione tra ciò che è virtuale e ciò che è telematico. Il virtuale è qualcosa di impercepibile, di astratto. Siamo sempre dentro il virtuale. Il telematico, invece, appartiene al nuovo modo di comunicare, alla tecnologia che avanza. Di per sé, l’impostazione della mostra era rivolta proprio a questo. Si è cercato di rendere percepibile il virtuale, nel senso che, come hai notato in questi giorni, le persone sono entrate dentro l’opera d’arte, sono entrate dentro il virtuale, divenendo, così, percepibile. Vedere nel volto delle persone l’entusiasmo mi ha fatto capire che l’esperimento è riuscito. Voglio precisare che il problema riguardante rapporto reale-virtuale non sono il primo a pormelo. E queste mie idee sono proprio frutto di queste conoscenze. Ritorna il solito discorso: applico ciò che imparo, ciò che ho appreso nel tempo. Voglio applicare ciò che io considero il senso dell’estetica, perché per me l’arte è estetica ad un messaggio. Fare arte è come parlare con te in questo momento, è comunicare qualcosa.


Installazione. Perché è stato scelto questo tipo di installazione e chi ti ha aiutato a metterla in atto?

Questo tipo di installazione inizialmente è nato come tentativo di sostituire le pareti, volevamo qualcosa di diverso dalle parte classiche. Ci siamo anche dovuti adattare al costo del materiale, perché il successo ha ricompensato i nostri sforzi. Diverse sono state le persone che mi hanno aiutato, due tra le tante: Antonio Russo e il Prof. Napoli, quest’ultimo responsabile della cattedra di incisione all’Accademia di Capo D’Orlando. E’ giusto dire, però, che un po’ tutti sono stati partecipi.


Questa mostra rappresenta un esperimento, un tentativo di mettere insieme stili diversi...
Non solo stili diversi... c’è una diversità anche di pensiero, di modo di intendere le cose. Siamo insieme perché Schizzi d’arte è una specie di gruppo. Siamo insieme dentro al sito, lo siamo anche qui. Essendo Barcellona un centro piccolo, è più facile unirsi, se ci accomuna l’arte. Nessuno fa cose uguali all’altro, lo hai visto. La diversità è positività, nessuno è meglio o peggio, è diverso.


Qualche visitatore ha notato che la mostra segue un certo percorso di tensione, per poi tornare alla serenità nell’ultima parete...
Si è creata, ma di certo non è stata voluta. Qui entrano in gioco i visitatori: ognuno da una sua interpretazione delle opere, di ciò che vede. Certamente noi abbiamo permesso questo, proprio perché volevamo che il visitatore fosse partecipe, fosse libero di interpretare da solo ciò che vedeva.


Quindi questo percorso più che stilistico è mentale?
Esattamente, non è stilistico perché non è stato voluto. Non c’è intenzionalità nel mettere le opere in questa successione.
 

Torniamo a Maurizio l’artista. Nelle tue opere si riscontra una continua ricerca, come se ci fossero continue interrogazioni. Mi è sembrato di intravedere una risposta nell’autolesione...
Sì, c’è la ricerca. Ma la prima domanda che mi pongo è: hanno un’estetica queste sculture? Il mio scopo non è quello di scioccare le persone, non è la mia volontà. Io uso il figurativo, c’è nelle mie opere una ricerca estetica delle forme. Ovviamente, c’è anche un messaggio. Sono domande che riguardano il senso della materia, il lavoro del tempo su essa. Noi scultori diamo l’anima, sudiamo per scolpire la pietra... il vento ci riesce con semplicità. Anch’io, come tutti coloro che sono alla ricerca, provo ad ampliare le mie conoscenze. Sto portando avanti un discorso sulla terra cotta e sulla pietra lavica. Certa arte ha messo in crisi il figurativo, ecco perché è importante riproporlo, l’uomo ha sempre rappresentato se stesso attraverso la figura. Questa forma di rappresentazione deve tornare al centro dell’interesse, proprio com’era in origine.

 

     
         
 

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